Pittura palermitana a Milano. Andrea Di Marco e Alessandro Bazan in due mostre

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Un po’ di Sicilia a Milano. Nelle gallerie di Giuseppe Pero e da Giovanni Bonelli, entrambe in Via Porro Lambertenghi, due mostre legate alla cosiddetta scuola palermitana, frutto di un progetto coeso di passione e intelligenza.

Da Pero, dopo oltre 10 anni di assenza da Milano, la mostra “Tutto” di Alessandro Bazan (1966), pittore palermitano di essenziale verità e vitalità. Censurato o snobbato, forse ingiustamente destinato all’oblio o forse etichettato come fenomeno tradizionale puramente locale, come molta pittura italiana, il percorso di Bazan è accidentato e travagliato.

 

 

Il lavoro di Bazan è pura pittura, anzi è “dentro” la pittura nel senso più tradizionale, olio su tela di piccoli e grandi formati, figurazione tra reale e onirico, luce sferzante che esalta il colore delle atmosfere, domestiche e bucoliche, sensazione intima e privata, riflessiva. I personaggi di Bazan sembrano essere tutti soli e alienati anche se appaiono festanti, allegri, e in compagnia di altre persone. Il colore acido di certi dettagli pittorici sembra suggellare l’alienazione del nostro vivere come in uno scacchiere giocherelloso e triste dal senso realistico.

Intermezzi di vita, il thè tra amiche, le confidenze della madre con il piccolo figlio nella cabina armadio, i ritratti di interni nei locali notturni, passeggiate nei prati vicino alla città, Palermo diventa la capitale del genere umano, ognuno con la sua storia in cerca di una identità, anche surreale.

Dal gioco visivo alla grande retorica, la speranza quotidiana è il fine stesso. I ritratti umani di questa mostra di pittura “fisica” narrativa (anche ben allestita), sono evocativi, contraddittori e pieni di suggestioni, riferimenti e rimandi alla vita contemporanea come i personaggi delle novelle di Luigi Pirandello. La pittura di Bazan attinge dall’immediatezza di Mario Schifano, che ebbe modo di incontrare in due diverse occasioni, e dal pittore della tradizione sicula contemporanea Renato Guttuso. Così procede Bazan, nella sua Palermo culturalmente desolata, smuove il sistema locale, diventandone il punto di riferimento essenziale, spesso propositivo.

Anche Andrea Di Marco (1970 – 2012) muoveva i suoi passi nella “dura” e solare Palermo, ritraendola nei viottoli e negli angoli meno eleganti ma molto più rappresentativi e veri. Nella mostra “Dialogo non intercorsi” nella Galleria Giovanni Bonelli, a cura di Angela Madesani, viene reso omaggio a Luigi Ghirri (1943 – 1992), padre e inventore della riflessione sul “paesaggio italiano” e ad Andrea Di Marco, scomparso troppo prematuramente, ponendo in relazione l’aspetto fotografico del grande maestro della fotografia italiana con i dipinti del giovane pittore palermitano.

Il confronto è un omaggio, delicatissimo e poetico, al medesimo punto di vista dei due artisti che non si conobbero mai di persona, ma che condividevano le stesse sensazioni sul concetto di paesaggio e sulla stessa “registrazione di atmosfere”. Le loro ricerche personali si indirizzano verso identità urbane prive di personaggi, cogliendo l’essenza di un luogo come a raccontarne l’anima. L’uomo è presente solo nell’immaginario, visivamente assente dalle opere è secondario all’utilizzo stesso degli oggetti e dei luoghi che diventano “soggetto” di analisi dei due artisti.

Il dialogo mette in relazione la stessa poetica della visione su scenari di vedute urbane, o spiagge, con dettagli focalizzati ad indicare il concetto di spazio, del cuore e della mente, interpretato ciascuno con la propria esperienza. Non è certo un caso che Di Marco utilizzasse la fotografia come strumento di partenza per raccontare le sue visioni.

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